Il mobbing familiare è causa di addebito della separazione?

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Gli atti vessatori del marito che costringe la coniuge ad abbandonare la casa familiare, possono essere qualificati come mobbing familiare? Possono essere causa di addebito?

 

Cos’è il mobbing?

Il mobbing si qualifica come una persistente e continua svalutazione psicologica della vittima designata, mediante la messa in atto di comportamenti prepotenti, coercitivi e vessatori, finalizzati a rendere fragile e manipolabile la sua intera persona.

Il mobbing coniugale consiste in attacchi e accuse, svolte in modalità sistematiche nei confronti del proprio partner, coniuge, compagno, convivente, cercando di colpirlo nei suoi lati emotivi e psicologici più deboli o più facilmente aggredibile.

Consiste in tentativi di sminuire il suo ruolo nell’ambito familiare, continue provocazioni anche senza motivo, pressioni affinché il coniuge lasci il tetto coniugale o la gestione economica nelle mani del mobber, ma anche imposizioni della propria persona in tutte le sfere della normale vita quotidiana, che si trasforma in una gara perenne.

Come per gli altri tipi di mobbing, anche quello coniugale, specie se perpetuato per lunghi periodi, può portare a danni nella sfera psicofisica della persona, che possono sfociare in sindrome ansioso-depressiva o in un disturbo post-traumatico da stress, con i sintomi caratteristici di angoscia, senso di inefficacia, diminuzione dell’autostima, oltre ai disturbi fisici collegati

Il caso.

Con ordinanza n. 21296/2017 depositata dalla sesta sezione civile della Corte di Cassazione, è stato sancito legittimo l’addebito della separazione per chi pratica “mobbing familiare” nei confronti del coniuge, con vessazioni tali da costringere il partner ad abbandonare la casa coniugale, comportamento che rileva come conseguenza della condotta colpevole dell’altro.

Il caso in esame riguardava la separazione di due coniugi con due figlie, una minorenne ed una maggiorenne. La Cassazione si è pronunciata con addebito a carico del marito.

Lo stesso aveva tenuto un comportamento persecutorio, rientrante nel c.d. mobbing familiare, posto in essere nei confronti della moglie, tanto da aver reso nel tempo intollerabile la convivenza e costretto la donna ad abbandonare la casa familiare.

Per la Cassazione la condotta colpevole dell’uomo ha determinato la crisi del rapporto coniugale e l’allontanamento della donna dalla casa coniugale è soltanto consequenziale e non può essere valutato ai fini dell’addebito alla stessa della separazione.

Si è cominciato a parlare di “mobbing familiare”, consentendone così l’asilo nel diritto di famiglia, da una sentenza di inizio del nuovo secolo, della Corte di Appello di Torino che ritenendolo, in motivazione, causa giustificante della addebitabilità della separazione, ha individuato determinati comportamenti lesivi della dignità del coniuge e quindi in contrasto con i doveri che derivano dal matrimonio.

 

Il mobbing coniugale non può solo essere considerato quale “semplice” motivo di addebitabilità della separazione.

E’ necessario, infatti, considerare, attesa  la notevole carica lesiva delle aggressioni del mobber (dalla perdita della stima personale a quella genitoriale e professionale, dall’aggressione morale in ambito familiare a quella in ambito sociale), il risvolto della responsabilità civile anche nei rapporti coniugali e, di conseguenza, della risarcibilità dei danni ex art. 2043 c.c. , subiti dalla vittima del mobbing familiare. Tale ultima norma, infatti, esprimendo il principio del risarcimento del danno da fatto illecito non pone alcuna forma di limitazione.

A cura dell’Avv. Maria Luisa Missiaggia e dell’Avv. Vanessa Bellucci.

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