ANNA MARIA SERSALE
IL MESSAGGEROROMA - Il divorziato va da mamma. «Le ragioni? Essenzialmente economiche. La separazione crea due famiglie ed inverte l'economia di scala. Quando uno dei due lascia la casa coniugale, i costi dell'abitare raddoppiano. Due bollette della luce, due affitti, due di tutto. Eppoi, ci sono gli assegni per il partner o i figli. Chi ha un reddito medio di colpo diventa “povero” e non ce la fa a ricominciare daccapo con una nuova abitazione. Inoltre, per gli uomini c'è il problema di organizzare la vita quotidiana. Sono meno autonomi e, quando finisce il matrimonio, molti tornano a casa dai genitori, nella casa di origine, dove convivono con madri e padri anziani». Parla Chiara Saraceno, docente di Sociologia della famiglia all'Università di Torino. La convivenza tra single di ritorno e genitori è stata battezzata «ri-coabitazione». Riguarda ultraquarantenni, ma anche attempati cinquantenni, che si ritrovano catapultati nel contesto familiare che avevano lasciato molti anni prima. «Anche ai giovani capita di tornare sotto lo stesso tetto con mamma e papà - spiega ancora la Saraceno - in quei casi è più doloroso. L'uscita da casa e l'indipendenza erano conquiste recenti e tornare a dormire nella cameretta da adolescenti accentua la sensazione del fallimento».
I separati e i divorziati che tornano nella casa paterna sono una tendenza nuova, in rapida crescita. Se fino a qualche anno fa era abbastanza isolato il caso di chi tornava nel “nido” di famiglia, ora «l'instabilità affettiva», ma anche quella «lavorativa» dell'«Italia più povera» alimentano il fenomeno. Ma quanti sono i separati costretti a battere in ritirata nella casa paterna? Il Messaggero anticipa il primo dato, finora inedito. «Sono 265.000 i separati (di fatto o legalmente) e i divorziati che - spiega l'Istat - vivono con uno o con entrambi i genitori. Di questi 179.000 sono uomini e 86.000 donne». L'Istat precisa che si tratta di «dati campionari, non di censimento, elaborati sulla media degli anni 2002-2003». Il dato, finora non rilevato dai Rapporti sulla famiglia, entrerà a far parte della prossima pubblicazione statistica.
Le rotture matrimoniali, si sa, arrivano nei Tribunali. Ma comincia a farsi strada anche la mediazione familiare, gestita da associazioni di volontariato e da studi professionali ad hoc. E' da questo osservatorio che arriva un altro dato allarmante: «Se facciamo una stima dei casi che passano per il nostro studio - sostiene Maria Luisa Missiaggia, avvocato esperto di mediazione - circa il 30% di chi rompe il matrimonio torna oggi dai genitori. Un impiegato medio che guadagna 1.200 euro mensili quando ne sottrae 400 per il bambino e almeno 100 per la moglie (corrispondente a un terzo dello stipendio) a mala pena ha in tasca i soldi per mangiare. Eppoi, ci sono i problemi dei mutui, dei finanziamenti con le banche, insomma, è un bel pasticcio».
«All'aumento del fenomeno - sostiene ancora Saraceno, sociologa torinese - contribuisce anche un altro fattore: fino a 10 anni fa separazioni e divorzi avvenivano soprattutto nella fascia sociale medio-alta. Ora, invece, toccano anche la fascia medio-bassa, che ha meno risorse economiche. Ecco perché c'è una concentrazione di poveri tra i separati». Il matrimonio è in «declino». L'epoca d'oro dell'«amore per sempre» sembra finita. La struttura familiare è cambiata. Instabilità e conflitti coniugali si accompagnano a un «desiderio di libertà e parità tra uomo e donna» che mette in crisi l'unione tradizionale. Secondo i demografi e i sociologi nei Paesi occidentali si stanno verificando mutamenti di grande portata: calo dei matrimoni, delle nascite, aumento delle convivenze, delle separazioni e dei divorzi, con la conseguente diffusione di «una molteplicità di tipologie familiari», da quelle di fatto a quelle monoporantali, da quelle uni-personali a quelle ricostituite. Insomma, un arcipelago variegato, che corrisponde a poco meno del 50% dei 22 milioni di famiglie censite.
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Studio legale Avv. Maria Luisa Missiaggia