Se il matrimonio va a rotoli anche il tenore di vita  a rischio
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Se il matrimonio va a rotoli anche il tenore di vita a rischio

ANNA MARIA SERSALE
IL MESSAGGERO

ROMA - Se il matrimonio va a rotoli anche il tenore di vita è a rischio. In Italia non esistono criteri univoci per definire «l'assegno di mantenimento» e andare davanti al giudice non mette al riparo da brutte sorprese. Infatti, non è la stessa cosa rompere il legame coniugale a Milano, Roma, Napoli o Reggio Calabria. Stavolta, comunque, l'Italia a tre velocità non c'entra. Lo dimostra il fatto che emergono situazioni di grande disparità anche in una stessa città e all'interno di uno stesso tribunale. Ecco qualche esempio concreto: nel 40% dei casi l'assegno di mantenimento è determinato dal giudice sulla base del tenore di vita; nel 48%, invece, sulla base della dichiarazione dei redditi. Inoltre, se il coniuge lavora il 52% dei giudici ritiene che possa ugualmente avere diritto al mantenimento personale; il 48%, invece, ritiene che tale diritto cessi. Le disparità sono documentate da uno studio condotto dall'Anm su 50 tribunali. L'Associazione dei magistrati, poco più di un anno fa, dopo avere rilevato «troppe disomogeneità» esortò a «uniformare le scelte».

Dunque, proprio sul diritto di famiglia, materia delicatissima, la mano di un giudice, piuttosto che un altro, può produrre esiti diversi, con un aumento della conflittualità tra i partners che si scannano per l'affidamento dei figli, della casa, e per la divisione di certi beni, ma soprattutto per la quantificazione del contributo mensile. «Nella pratica separati o divorziati - osserva Maria Luisa Missiaggia, avvocato esperto di famiglia - perdono entrambi qualche cosa, gli stipendi restano gli stessi ma le case diventano due, così le macchine, le bollette del telefono, le donne delle pulizie e tante altre cose ancora. Dopo la separazione e il divorzio quasi sempre si diventa più poveri». Ci sono anche situazioni estreme. «Un impiegato di banca romano - continua Missiaggia - si era ridotto a vivere in una baracca sotto i ponti, non ce la faceva a pagare l'assegno. In ogni caso, ricorrere alla mediazioen familiare attenua lo scontro». Una coppia su quattro si separa, una su nove divorzia. Le rotture matrimoniali sono in crescita: l'Istat (rapporto del luglio 2004) mette a raffronto i dati del 2.002 con quelli del 1.995. Risulta che le separazioni sono passate da 52.323 a 79.842 (+ 52,5%); e i divorzi da 27.038 a 48.835 (+ 80,6%). Se i partner non hanno figli e la separazione è consensuale tutto fila liscio. Ma se dal matrimonio sono nati uno o più bambini il discorso si complica. «Le leggi sono scritte in modo ambiguo e l'assegno per le spese dei figli - sostiene Marino Maglietta, presidente dell'Associazione “Crescere Insieme” - è uno dei capitoli dove è più evidente la mancanza di regole chiare, a cominciare dai modi con cui accertare la capacità patrimoniale del coniuge». Da qui la proposta di una quantificazione omogenea, lanciata da Maglietta, professore di fisica dell'Università di Firenze, che insieme ad altri due colleghi, utilizzando i dati Istat sui consumi delle famiglie, hanno definito un sistema di calcolo con tanto di griglie. Però non tutti gli avvocati, specializzati nella mediazione familiare, concordano. Dice Giorgio Vaccaro: «I parametri sono un pericolo. Le statistiche, infatti, non rendono sempre giustizia. C'è molto sommerso, non è facile tirare fuori i conti veri. Eppoi ogni famiglia è un caso a sè, non si può comprimere la discrezionalità del giudice».



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