ANNA MARIA SERSALE
IL MESSAGGEROROMA – Matrigne e patrigni non esistono più. Hanno lasciato il posto a una nuova figura non facile da impersonare, quella del “terzo genitore”. Chi ci è passato sa che niente è semplice quando ci si deve occupare di un bambino che non porta il proprio cognome. Trovare un’identità, senza usurpare quella del vero padre o della vera madre, è una bella sfida. Ma dove inizia e dove finisce la possibilità di intervento? E come reagire di fronte a un bambino o a un adolescente che non vuole saperne di lui (o di lei)? Sono quasi un milione le famiglie “ricostituite” con partners separati o divorziati. Ma il cosiddetto “genitore sociale”, che si occupa di un bambino quasi quanto il padre biologico, per le istituzioni è praticamente “invisibile” e non si sa bene che ruolo abbia. «Andare a parlare con la maestra, organizzare un viaggio o portare il bambino dal medico per lui è un problema – sostiene Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età evolutiva – Inoltre questa figura deve fare i conti con la legge sull’affido condiviso. Già, perché i due genitori anche se non formano più una coppia continuano ad avere pari responsabilità e devono occuparsi della crescita dei figli. Questo contrasta con l’idea di rafforzare il “terzo”, il quale, se ha prerogative per sveltire la vita quotidiana, va bene, ma se assume compiti più “istituzionali” allora scoppiano i conflitti».
La Francia è uno dei Paesi europei che si prepara a riconoscere uno stato giuridico al “terzo genitore”. L’Italia non seguirà questa la strada, da noi la famiglia tradizionale continua ad avere le principali tutele. Però il problema nella società è avvertito. Oggi che una coppia su tre finisce per separarsi i figli possono passare per le mani anche di tre-quattro genitori non biologici.
I problemi? Gelosie, diffidenze, conflitti. «Soprattutto da parte degli adolescenti – sostiene Anna Laura Zanatta, sociologa della famiglia -. Se il vero genitore sparisce non c’è conflitto tra le due figure ma nel caso che i due, genitore biologico e acquisito, coesistano, nel ragazzo nasce un conflitto di lealtà nei confronti del vero genitore. In realtà il ruolo del terzo resta ambiguo, non definito sia sul piano psicologico che sociale, perché manca una norma. Non eravamo abituati alla compresenza di due diverse figure genitoriali, tant’è che le ricerche sul problema sono quasi tutte made in Usa. Per esempio è stato rilevato che l’evento stressante della separazione e le conseguenze negative sullo sviluppo psichico e sociale del ragazzo possono comportare problemi anche sul rendimento scolastico. Ma in proposito ci sono due scuole di pensiero. C’è chi, invece, è convinto che i ragazzi con famiglie divise vivano in maniera normale il rapporto con il genitore acquisito, che anzi considerano un arricchimento relazionale. Forse non siamo preparati, ma tutto questo dovrà entrare nel costume e poi nella legge».
Ma quante sono le persone che svolgono il ruolo di terzo genitore? E quanti i ragazzi che vivono in famiglie ricostituite? Dall’ultima indagine Istat su ”Strutture familiari e opinioni su famiglia e figli”, diffusa nel 2006 con dati 2003, risulta che i nuclei ricostituiti siano 721.000, di questi sono senza figli il 43%, pari a 314.000 famiglie; con figli di entrambi i partners il 35%, pari a 255.000 famiglie; e con figli di uno solo dei partner il 21%, pari a 152.000 famiglie. Il totale delle famiglie, invece, è di 22 milioni e 361 mila (nell’88 erano 19 milioni e 872 mila). Dal 2003 ad oggi, comunque, gli operatori sociali stimano che i nuclei ricostituiti siano aumentati tanto che stiamo sfiorando il milione, con il 59% di coppie non coniugate e il 40% di coppie coniugate. Ma sarà poi l’Istat nella prossima indagine a confermare o meno i dati previsionali.
Si integrano meglio i bambini piccoli. Tendono ad accettare più facilmente un secondo padre. L’adolescenza, al contrario, è un periodo difficile per cambiamenti esistenziali di questo tipo. I rapporti affettivi sono difficili e se nasce un fratellastro la faccenda delle volte si complica. «Se non c’è integrazione – osserva la psicologa dell’età evolutiva Anna Oliverio Ferraris – scattano dinamiche psicologiche di rifiuto. ”Non sei mio padre e non mi puoi comandare”, capita spessissimo che i ragazzi delle famiglie cosiddette allargate rispondano così al nuovo partner. Sentono un rapporto di lealtà nei confronti del padre e non amano essere disciplinati da chi secondo loro non ha un vero potere e che considerano una specie di zio o di parente acquisito. La verità è che per dare più ruolo al terzo occorre che sia d’accordo anche il genitore biologico, che non può essere scavalcato, altrimenti il tentativo è destinato al fallimento e le tensioni danneggiano il ragazzo. Direi che ci vuole equilibrio e maturità».
Il compagno della mamma, dunque, è un ruolo tutto da inventare. Anche perchè le famiglie ricostituite sono un curioso esempio di fusione organizzativa, per loro la sfida è quella di riuscire ad unire in una sola casa due culture familiari che si sono strutturate negli anni. E se le coppie che si sposano per la prima volta hanno la possibilità di confrontare le proprie differenze e di trovare un accordo prima dell’arrivo dei figli, i nuclei che nascono mettendo insieme “pezzi” di famiglie precedenti no, non dispongono della stessa opportunità. Maria Luisa Missiaggia, avvocato esperto di mediazione familiare, sottolinea che la «legge per i terzi non dispone nulla». Poi aggiunge: «Anche tra le donne ci sono conflitti e difficoltà nella gestione del minore. Si inaspriscono rapporti inizialmente civili e delle volte si è costretti ad andare dal giudice tutelare anche per i diritti di visita e per il ruolo del terzo, per stabilire se può o non può avere rapporti con la scuola del ragazzo. Di solito, comunque, il giudice non ammette che il terzo genitore si interessi direttamente della scuola o vada a parlare con i professori, alle riunioni devono andare i due genitori del ragazzo, che devono condividere l’educazione. Comunque i conflitti nascono dalla paura di perdere il potere di gestione, senza capire che il ragazzo non va gestito, ma amato».
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Studio legale Avv. Maria Luisa Missiaggia