201701.12
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DONNE E VIOLENZA …QUANDO ECONOMICA?

A cura dell’Avvocato Maria Luisa Missiaggia e della Dottoressa Vanessa Bellucci.
Il testo della Convenzione di Istanbul, entrata in vigore in Italia il 1° agosto 2014 parla chiaro: la violenza contro le donne può essere considerata una violenza di genere. Per la prima volta viene introdotta in una normativa la definizione della parola “genere”; ai sensi dell’art. 3 della suddetta Convenzione, tale termine indica infatti un ruolo, comportamento o attività attribuita per convenzioni sociali a uomini o donne. Sempre il richiamato articolo dispone che “a) con l’espressione violenza nei confronti delle donne si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata; b) l’espressione violenza domestica designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.
Con l’effetto che la violenza domestica può essere anche economica. E’ un particolare tipo di aggressione che non lascia segni visibili sul corpo. Dall’esterno infatti è difficile da riconoscere, eppure incide profondamente nella psiche della persona che la subisce.
Statisticamente, nel 65% dei casi, sono i mariti, i partner o i padri a porla in essere. Ciò che la caratterizza è il potere ed il controllo che l’uomo è in grado di esercitare sulla donna. Il denaro viene usato consapevolmente (o inconsapevolmente) per tenere la partner ancorata alla relazione, mediante un sentimento di paura, indotto nella stessa, a dover rinunciare ad una situazione di benessere economico o di perdere uno status sociale. Nella maggior parte dei casi alla donna è precluso l’accesso alle sostanze economiche familiari, nonché la partecipazione alle decisioni relative alla gestione del patrimonio, la conoscenza del reale reddito familiare e la possibilità di esercitare un’attività lavorativa, al fine di evitare che la stessa si renda economicamente indipendente.
In questo modo, la persona che subisce tali violenze, perde autostima e autonomia o forse già non l’aveva per essere indotta ad una condizione tale e viene privata della propria libertà, costretta a relegare la sua esistenza all’interno delle mura domestiche.
La dipendenza economica è una delle cause principali che induce le donne a non separarsi dal partner o a non denunciarne la violenza. La correlazione tra denaro e potere è del tutto evidente, sebbene soltanto alcune vittime siano consapevoli del sopruso che subiscono quotidianamente.
Le relazioni affettive o i rapporti coniugali, per potersi definire “sani”, devono basarsi sul rispetto reciproco e quindi anche su una gestione paritaria e trasparente di denaro, patrimonio e beni comuni.
L’attuale realizzazione dei valori di eguaglianza e di autodeterminazione nel campo delle relazioni familiari è frutto di una complessa evoluzione, normativa e sociale, che ha notevolmente accresciuto l’autonomia e l’indipendenza del singolo all’interno della comunità familiare.
In quest’ottica evolutiva si inserisce la normativa in materia di famiglia che impone ad entrambi i coniugi il rispetto di una serie di doveri reciproci nascenti dal matrimonio. Tra questi, l’art. 143 c.c., prevede l’obbligo all’assistenza morale e materiale ed alla collaborazione nell’interesse della famiglia. Tale sostegno e collaborazione costituiscono il fondamento del dovere di solidarietà all’interno della coppia. Nella comunità familiare, i rapporti sono dunque basati sul principio della reciprocità introdotto a seguito della riforma del diritto di famiglia del 1975 che ha abolito la figura del marito come capo famiglia.
Risulta evidente allora che la tipologia di violenza presa in esame in questo articolo, contrasti con i principi di solidarietà e reciprocità tra coniugi, in violazione degli obblighi matrimoniali normativamente imposti (ex art. 143 c.c.). Tale circostanza comporta conseguenze giuridiche sia civilistiche, quale l’addebito della separazione, sia penalistiche, quale la configurazione del reato di cui all’art. 570 c.p. per violazione dell’obbligo dell’assistenza familiare.
Nel caso in cui vi trovaste in una situazione analoga e vi sentiate impotenti, contattatemi. Una consulenza specializzata per ciascuno di Voi sarà l’inizio di un importante cambiamento.
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